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Rembrandt si faceva i selfie: ecco cosa è emerso dagli ultimi studi su di lui

Secondo alcuni esperti, Rembrandt realizzava i suoi autoritratti come se fossero dei veri e propri selfie: tutto sulla bizzarra teoria

Rembrandt Harmenszoon van Rijn, noto a tutti come Rembrandt, è da sempre uno dei pittori ed incisori più apprezzati e studiati nella storia dell’arte mondiale. Di origini olandesi, è stato una vera e propria icona dell’arte europea del Seicento, oltre che un vero e proprio maestro nell’utilizzo di luci e ombre nelle sue opere. Di fatto, però, è nata una teoria davvero interessante in merito alla sua modalità di lavoro.

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Rembrandt “si faceva i selfie”: ecco in che modo (labiennale.it)

Il pittore ha realizzato davvero tantissime opere di fama internazionale: giusto per citarne alcune, ricordiamo Ronda di Notte (1642), Sposa ebrea (1665), Allegra Coppia (1635) e tantissime altre. In particolare, però, Rembrandt ha conquistato l’attenzione di molti critici (e non solo) per via dei suoi innumerevoli autoritratti: nessuno più di lui, infatti, ha lasciato un’eredità così vasta e florida di questa tipologia di operato (ne sono stati ritrovati ben 36, tutti differenti).

Davanti ad un numero così elevato, la domanda è sorta subito spontanea: come ha fatto il pittore a realizzare tutti questi autoritratti in modo sempre così fedele e preciso? Le teorie più accreditate vedono Rembrandt disegnare sempre e comunque a mano libera, ma secondo il pittore inglese Francis O’Neill il pittore avrebbe avuto un piccolo espediente segreto per essere così puntuale e celere nella realizzazione dei suoi autoritratti.

Rembrandt, ecco come si sarebbe fatto i “selfie”

Secondo l’inglese, che ha pubblicato questa curiosa teoria su The Journal of Optics, Rembrandt avrebbe realizzato i suoi autoritratti con una primissima chiave di quelli che, ad oggi, conosciamo tutti come selfie. La differenza è che, però, il pittore non utilizzava lo smartphone, ma semplicemente la sua tela.

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Rembrandt “si faceva i selfie”: ecco in che modo (labiennale.it)

Il pittore olandese riusciva, quindi, ad essere iper preciso nella realizzazione dei suoi autoritratti in quanto avrebbe utilizzato un accurato sistema di specchi, che gli permetteva di proiettare la sua immagine su una particolare superficie su cui, in seguito, avrebbe poi tracciato i contorni. L’idea è nata principalmente a seguito di una grande evidenza, ovvero che l’Olanda del XVII secolo, età in cui ha vissuto il pittore, era  specializzata nella produzione di specchi.

Un altro dettaglio (più importante) che darebbe credito a questa teoria di O’Neill è da ricercare proprio negli stessi autoritratti. Nell’immagine ve ne abbiamo presentati un paio (a destra il Self Portrait, visitabile presso il Metropolitan Museum of Art, a sinistra Autoritratto come San Paolo, conservato al Rijksmuseum di Amsterdam) , che bastano nel farci constatare che il pittore spesso non guarda dritto verso l’osservatore, ma lateralmente, motivo per cui potrebbe non essersi disegnato guardandosi direttamente dallo specchio.

E voi credete a questa teoria o siete più “tradizionalisti”?

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