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Un famoso film di Guillermo del Toro nasconde un quadro scioccante

Spesso guardiamo film senza soffermarci troppo sulle singole scene, ma con un po’ di attenzione possiamo scoprire cose nascoste!

Cosa hanno in comune l’arte ed il cinema? Molto più di quello che si pensa. Più volte il cinema si è intrecciato con altre forme espressive come la pittura, la scultura e l’architettura. Da sempre, infatti, i registri hanno tratto ispirazione da grandi capolavori della storia dell’arte per arricchire i propri film creando un dialogo tra due forme d’arte che dà maggiore profondità e significato alle stesse opere cinematografiche.

Il labirinto del fauno
Poster de Il labirinto del fauno, Guillermo del Toro, 2006 – Screenshot Youtube @homecinematrailer (labiennale.it)

Non sono pochi, quindi, i film in cui ci sembrerà che una scena, un’inquadratura, un design o un costume faccia riferimento ad un’opera che conosciamo. Se ci sembra che questo accade, molto probabilmente è un riferimento voluto, non è una coincidenza. Uno dei casi più conosciuti e forse è quello del film “Il labirinto del fauno” di Guillermo del Toro.

Quando cinema e arte si uniscono in un mondo di fantasia

Si tratta di una pellicola del 2006 che è il secondo capitolo di una saga ambientata durante la guerra civile spagnola. Qui una ragazzina, Ofelia, si trova nel momento storico in cui Francesco Franco prende il potere. In questo terribile contesto di tensione, la ragazza usa immaginazione e fantasia per creare mondi incantati e cercare di fuggire alla realtà.

Cinema e arte
Scena dell’Uomo pallido – Screenshot Youtube @homecinematrailer e Saturno che divora i suoi figli (1821-1823) di Francisco Goya, Museo del Prado, Madrid (labiennale.it)

Le cose, però, non vanno come sarebbero dovute andare. Quel mondo di fantasia creato da Ofelia non è un luogo magico in cui fuggire dell’atrocità del presente. Anzi, l’immaginazione si sovrappone alla realtà e il luogo magico si rivela essere tutt’altro che fiabesco. Il luogo principale in cui avvengono i fatti è un labirinto in cui Ofelia incontrerà un fauno, una creatura magica che le spiegherà le regole di quel mondo. Tra i vari personaggi fantastici che incontrerà c’è n’è uno in particolare: l’Uomo pallido.

Il mostro con delle sembianze umanoide, è cieco e fa parte di una prova che la ragazzina deve superare. Trovato il mostro seduto ad una tavola imbandita, Ofelia ha l’ordine di non mangiare nulla. Nel momento in cui cede alla tentazione e mangia due chicchi d’uva, l’uomo pallido si sveglia e recupera i suoi occhi che erano posti su un piattino. Li inserisce nelle sue mani come se le ferite presenti fossero cavita oculari, una volta riacquisita la vista, insegue la bambina. La genesi di questo personaggio ha un chiaro riferimento artistico.

Per la preparazione del film, del Toro preparò bozzetti per circa vent’anni. Tra questi bozzetti c’è anche il riferimento a Saturno che divora i suoi figli, un’opera di Francisco Goya. In particolare, quando l’uomo pallido recupera i suoi occhi e vede Ofelia, la prima cosa che fa prima di inseguirla è quella di mangiare due fate.

La scena è chiaramente ispirata a Saturno che divora i suoi figli. L’opera fa parte delle pitture nere, un ciclo fatto di 14 pitture murali realizzati da Goya in casa sua a Madrid. Si ispira al soggetto mitologico e si tratta di una scena terribile in cui Saturno sfoga tutta la sua violenza che, come scrive il critico d’arte Vittorio Sgarbi, diventa pura energia del male.

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